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Sul versante della Calvana
Attività agricole e pastorizia

Modellino di treggia realizzato da Giuliano Ciolini
Modellino di treggia impiegata nel secolo scorso in Calvana
(...) A differenza del pascolo, libero ed indistinto, la fienagione prevedeva una precisa suddivisione dei terreni attinenti ai diversi poderi. Gli appezzamenti si susseguivano uno accanto all’altro, senza delimitare le zone riservate a questo o a quel contadino: non sbagliavano al mezzo metro a distinguerli poiché la segatura avveniva da centinaia di anni e l’individuazione delle zone di attinenza era precisa ed assoluta1. I confini venivano tramandati di generazione in generazione ed il segno di riconoscimento andava da buca a buca: avevano le forme più diverse e pochi erano rettangolari. Rappresentava un’eccezione il fatto di piantare un termine.
Ad agosto si procedeva alla segagione di quello che veniva detto "fieno gomereccio", perché maturava più tardi: l’archivio della fattoria di Spranger è una preziosa fonte per ricostruire questi ed altri usi agricoli della zona2.
Il fieno della Calvana era fine e pregiatissimo: se ne cominciava il taglio al mattino presto quando l’erba era umida di rugiada. Per movimentarlo sui tracciati che si indicavano in antico come le "vie di pastura", si utilizzava un insolito ed efficace mezzo di trasporto: la treggia. Il fieno che cresceva lassù in quota era molto corto e per tenerlo sulle tregge venivano tagliate delle frasche vegetali con le quali alternare allo strato di fieno uno strato di collegamento, per non perdere il carico con le scosse. Era poi importante dare l’accollo alle bestie, in modo che il giogo scaricasse il peso tutto sul retro del collo senza strozzarle3.
L’etimologia della parola "treggia" ci riporta al termine latino "trahea" e al verbo "traho" che sta ad indicare proprio l’azione del trascinamento. La treggia era una struttura a strascico e in alcuni luoghi della Toscana, ancora nel secolo scorso, se ne impiegava un tipo addirittura sprovvisto di ruote. Quella adottata in Calvana era parzialmente a strascico e aveva una ossatura lignea che veniva trainata da un paio di animali (bovi o vacche calvanine) ad essa vincolati mediante un giogo fissato sui due pali convergenti (treggioli). Sul "ponte", per mezzo di aste in legno (le catene) erano fissati i tiranti. Le "regghielle" erano incastrate sul ponte: su due cavicchi, inseriti nei fori predisposti, poggiava il "prete" dando luogo ad un sistema di regolazione dell'altezza del carico.
Durante la salita verso la sommità della Calvana i treggioli erano mantenuti sollevati e la struttura diventava una sorta di carretta: in discesa i due bracci venivano lasciati a strascico, rallentando la velocità del mezzo di trasporto (...)
  1. Testimonianza orale di Fiorenzo Bianchi (Intervista del 2003).
  2. Centro di Documentazione Storico Etnografico della val di Bisenzio. Archivio Spranger, Filza 1850, 1852.
  3. Testimonianza orale di Mario Fantini (Intervista del 2004).

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